Qui si canta e si racconta in dialetto. È il dialetto che parlo da sempre. La mia lingua madre. Non

c’è altra lingua possibile di quella imparata da bambini. E non ci sono, in Italia, lingue teatrali

potenti, coinvolgenti e poetiche come i dialetti. Tutti i dialetti, dal veneto al napoletano.


Il dialetto diventa qui lingua comica, poetica e universale. Si parla così a Verona. Si potrebbe

parlare così alla periferia di New York o di Hong Kong. Il dialetto diventa, soprattutto, lingua

musicale che si sposa con melodie dall’inconfondibile sapore popolare. L’ispirazione è evidente: il

cantare dell’antico mondo contadino veneto e il mio lungo cantare in coro. Le parole sono nate

insieme con la musica e cantano, diventando subito patrimonio di chi le ascolta e le canticchia, a

sua volta, uscendo dal teatro.


Al dialetto degli strassoni si contrappone l’italiano dei siori. La lingua italiana diventa così il segno

distintivo di un mondo altro che ci appare qui, in una voluta semplificazione di ruoli, come il

mondo dei cattivi in confronto a quello, seppure idealizzato, dei buoni, rappresentati dai barboni. E

se il dialetto si sposa con melodie cantabili, l’italiano si esprime su un ritmo rap, come a dire: sono i

poveri a cantare, ai ricchi è precluso il mondo del canto, dell’emozione, della poesia.


Le suggestioni che mi hanno mosso sono quelle del grande teatro europeo del Novecento. L’inizio è

un chiaro omaggio ai barboni di Beckett. Per la struttura drammaturgica sono naturalmente debitore

di Bertolt Brecht, della sua Opera da tre soldi e della sua invenzione di commedia musicale “alla

tedesca”. Come nell’opera brechtiana i canti irrompono nel racconto quasi ad ammaestrare, o a

chiosare, così ho cercato che il canto non diventi mai orpello per abbellire o strumento che permetta

di inserire nel racconto la danza; né diventi uno scimmiottamento del recitativo lirico. Il canto e la

musica sono qui una naturale prosecuzione della narrazione, come ballare è la naturale

prosecuzione del muoversi esuberante degli strassoni e dell’impettito mondo dei siori. 


Chi sono questi strassoni? Talmente sono decontestualizzati da poterli identificare con chiunque

stia ai margini. Mi piacerebbe che venissero accostati ai barboni che popolano, silenziosi e

invisibili, il cuore delle grandi città; ai migranti che, da terre lontane, vengono ad abitare le nostre

periferie fatiscenti, a riempirle di suoni e di colori; ai poveri di tutti i luoghi del mondo e di tutti i

tempi. Gli strassoni sono intorno a noi, ovunque, tutti i giorni. A noi, dai taccuini gonfi. A noi, dalle

pance piene.


Alessandro Anderloni